Galeotta fu la grondaia.

Scarichi non autorizzati in rete acque piovane: occhio alla qualificazione!

di Massimo Zortea

LA SENTENZA

La Cassazione, con sentenza del 10 maggio 2016 (n. 35850), ha ribadito un principio in materia di qualificazione degli scarichi, già più volte affermato in passato, applicandolo ad una categoria particolare ma molto diffusa: gli scarichi derivanti da centri di servizi sanitari privati collocati al di fuori di strutture ospedaliere.

In realtà trattasi di criterio utilizzabile più in generale per tutte le attività economiche private collocate in edifici residenziali e quindi interesserà a parecchi lettori.

Classificare gli scarichi in modo corretto è assai rilevante dato che, in caso di scarico non autorizzato, la sanzione è diversa a seconda che si tratti di acque domestiche (o assimilate) oppure di acque industriali: rispettivamente, sanzione amministrativa e penale.

Il principio interpretativo confermato dalla Suprema Corte è semplice, in apparenza: “ai fini della tutela penale dell’inquinamento idrico nella nozione di acque reflue industriali ex art. 74, comma 1, lettera h), del D.Lgs. 3 aprile 2006 n. 152 (…) rientrano tutti i tipi di acque derivanti dallo svolgimento di attività commerciali e produttive, in quanto detti reflui non attengano prevalentemente al metabolismo umano e alle attività domestiche di cui alla nozione di acque reflue domestiche, come definite dall’art. 74, comma 1, lettera g). Per determinare, quindi, le acque che derivano dalle attività produttive occorre procedere a contrario, vale a dire escludere le acque ricollegabili al metabolismo umano e provenienti dalla realtà domestica” (cfr. anche Cass. 978/2003, 35870/2004, 42932/2002, 1774/2000). La Corte ha anche precisato che “le attività produttive non necessitano per essere tali di un vero e proprio stabilimento: l’insediamento può essere effettuato anche in un edificio che non abbia complessivamente destinazione industriale. Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, infatti, il criterio distintivo fra insediamenti civili e insediamenti produttivi deve essere ricercato in concreto sulla base della assimilabilità meno dei rispettivi scarichi, per quantità e qualità dei reflui, a quelli provenienti da insediamenti abitativi”.

Ma cosa era successo nel caso di specie?

L’amministratore di un Centro di Emodialisi di Sarno (Salerno), aveva effettuato o comunque consentito lo scarico di acque reflue derivanti da postazioni di dialisi dentro la rete delle acque piovane e per questo è stato sottoposto a giudizio per il reato di scarico di acque industriali non autorizzate. Il Tribunale competente lo aveva conseguentemente condannato.

L’imputato era ricorso in Cassazione, invocando l’assoluzione perché il fatto non è previsto dalla legge come reato (bensì come illecito amministrativo), in quanto, in base alla normativa regionale vigente all’epoca dei fatti, i reflui provenienti dal centro di emodialisi non erano assimilabili a reflui industriali né per categoria né per attività che li genera, difettando la menzione dei centri di emodialisi nell’elenco delle attività di cui scarichi venivano definiti industriali.

Ma la Corte evidentemente non la pensa così: afferma costantemente che la definizione di acque reflue domestiche di cui al Testo Unico Ambientale, quali acque provenienti da insediamenti di tipo residenziale e da servizi derivanti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività domestiche, e tale da non ricomprendere ai sensi del successivo art. 101, comma 7, lettera e), le acque reflue non aventi caratteristiche qualitative equivalenti a quelle domestiche. Pertanto nella nozione di acque reflue industriali rientrano tutti i residui derivanti da attività che non attengono strettamente al prevalente metabolismo umano e alle attività domestiche e sono costituiti da acque meteoriche di dilavamento (cfr. anche Cass. 36982/2011). Le acque reflue prodotte da un centro di emodialisi, quindi, in quanto provenienti da un’attività che ha ad oggetto l’effettuazione di prestazioni terapeutiche, sono caratterizzate dalla presenza di sostanze estranee sia al metabolismo umano che alle attività domestiche. Non possono quindi essere qualificate come acque reflue domestiche ma vanno qualificate come acque reflue industriali. Più precisamente, come già ribadito in passato, secondo la Corte rientrano nella nozione di rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo di cui al D.P.R. 254/2003, poiché la presenza di sangue nelle stesse è da sola sufficiente a farle rientrare nella predetta categoria.

Da ultimo va ricordato che, secondo la Corte, per poter escludere la rilevanza penale dello scarico non autorizzato non basta che la normativa di una regione consideri “assimilate” alle domestiche quelle determinate acque reflue: è necessario appurare anche in concreto che abbiano caratteristiche qualitative equivalenti a quelle domestiche.

LE CONSEGUENZE – GLI ADEMPIMENTI

La prima conseguenza importante di questa sentenza è che non conta il tipo di edificio in cui viene svolta l’attività da cui scaturisce lo scarico non autorizzato. Può anche trattarsi di edificio a destinazione residenziale.

La seconda conseguenza è che si deve valutare la qualità delle acque in maniera concreta e non per tipologie generiche, e peraltro a prescindere dal fatto che tali acque, per il loro contenuto, possano ritenersi pericolose o meno.

La terza è che corre evitare accuratamente di lasciar defluire acque reflue classificabili come industriali nelle condotte fognarie o persino nelle tubature che convogliano le acque piovane (galeotta fu la grondaia, appunto!).

È sempre importante quindi valutare quale destinazione viene data a questi reflui, controllando attentamente anche le condotte del personale interno o degli operatori esterni incaricati delle pulizie.

Se poi lo smaltimento di questi reflui non avviene tramite un sistema stabile di collettamento che colleghi direttamente la fonte di produzione alla rete fognaria o al suolo, sottosuolo eccetera ma, per esempio, tramite trasporto con contenitori, si tratterà addirittura di gestione di rifiuto liquido. La distinzione fra scarico e rifiuto liquido è assai importante e richiede una adeguata conoscenza dei principi vigenti nel nostro ordinamento.

È quindi importante garantire una formazione adeguata sia propria che del proprio personale o degli incaricati esterni. Altrimenti non si va esenti da responsabilità anche penale, oltre che risarcitoria, in caso di danni arrecati a terzi dal trattamento dei reflui.

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Nota bene. Il Programma Alta Formazione Ambiente di Ecoopera in collaborazione con lo Studio Zortea Sandri è pensato proprio per venire incontro all’esigenza di formazione nel delicato e non sempre agevole campo del diritto ambientale, al tempo stesso rispettando i già numerosi carichi di lavoro dell’imprenditore o del professionista.