Fa riflettere un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato in sede di legittimità secondo il quale non tutte le dichiarazioni mendaci al pubblico ufficiale (nei casi considerati, il notaio) sono penalmente rilevanti: possono configurare ipotesi di falsità commessa dal privato in atto pubblico (art. 483 c.p.) soltanto le dichiarazioni mendaci che ineriscono la precipua funzione prevista per l’atto notarile richiesto. Più specificamente, la Cassazione ormai dal 1999 – anno nel quale intervenne sulla questione a Sezioni Unite – ha stabilito che per potersi configurare il delitto di cui all’art. 483 c.p. è necessario che vi sia nell’ordinamento giuridico una norma specifica volta ad attribuire all’atto rogando la c.d. pubblica fede e solo quindi le informazioni che ineriscono specificamente alla funzione dell’atto stesso devono essere oggetto di controllo in ordine alla veridicità che sarà accertata nell’atto fino a eventuale querela di falso.

L’orientamento de quo si è sviluppato in particolare con riguardo ai contratti di compravendita e donazione, funzionalmente destinati dall’ordinamento al trasferimento della proprietà. Orbene solo le false dichiarazioni che possono in qualche modo inficiare questa specifica funzione dell’atto pubblico possono costituire oggetto della condotta prevista dall’483 c.p.: relativamente a tutte le altre dichiarazioni “di contorno”, il notaio non è tenuto a verificarne (e quindi ad attestarne) la veridicità.

Rimangono sempre salvi i rimedi di tipo civilistico.

Di seguito alcune massime al riguardo:

Sez. U, Sentenza n. 28 del 15/12/1999 

l delitto di falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico (art. 483 cod. pen.) è configurabile solo nei casi in cui una specifica norma giuridica attribuisca all’atto la funzione di provare i fatti attestati dal privato al pubblico ufficiale, così collegando l’efficacia probatoria dell’atto medesimo al dovere del dichiarante di affermare il vero; ne deriva che non può integrare il reato “de quo” la falsa denuncia di smarrimento di un assegno effettuata mediante dichiarazione raccolta a verbale da un ufficiale di polizia giudiziaria, alla quale nessuna disposizione conferisce l’idoneità a provare la verità del fatto denunciato e la preesistenza del documento asseritamente smarrito. (Conf. sez. un. 15 dicembre 1999 – 9 marzo 2000 n. 29, Fanciulli e sez. un. 15 dicembre 1999 – 9 marzo 2000 n. 30, PM in proc. Bertin).

Cass. Pen., sez. 5, Sentenza n. 5365 del 04/12/2007 Ud.  (dep. 04/02/2008)

Non integra il reato di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico (art. 483 cod. pen.) la condotta di colui che dichiari falsamente al notaio – in sede di redazione di un atto pubblico di donazione – di avere usucapito alcuni immobili oggetto della donazione, in quanto detto atto, destinato a trasferire la proprietà dei beni donati al donatario, non è, invece, destinato a provare la verità dei fatti dichiarati dal donante.

Cass. Pen., sez. 5, Sentenza n. 39215 del 04/06/2015 Ud.  (dep. 28/09/2015)

Il delitto previsto dall’art. 483 cod. pen. sussiste qualora l’atto pubblico, nel quale la dichiarazione del privato è trasfusa, sia destinato a provare la verità dei fatti attestati e, cioè, quando una norma giuridica obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti all’atto-documento nel quale la dichiarazione è inserita dal pubblico ufficiale ricevente. (In applicazione del principio, la Corte ha escluso la configurabilità del delitto in questione nella falsa dichiarazione del venditore, resa in un atto notarile di compravendita, di aver acquistato il bene per usucapione, in quanto le norme che impongono al notaio la verifica dei titoli di provenienza non hanno anche la funzione di obbligare le parti a rendere, nel punto, dichiarazioni veritiere).

Dott.ssa Erica Vicentini